Storie di donne

Le ferite delle ragazze

Le ferite delle ragazze sono le voragini del cuore che le donne di domani si porteranno dentro.
Nell’anniversario della giornata mondiale delle bambine e delle ragazze un post, tra gli altri, ci colpisce.

Si tratta di Mia, del suo racconto su Facebook, delle sue parole cariche di dolore.
Il ricordo del bullismo subito, scritto nero su bianco, cristallizzato in istanti che si rincorrono in tutta la sua vita.

Le ferite delle ragazze nascono così, per gioco, per noia, per fare gruppo o branco.
Le infliggono, spesso, altre ragazze come loro.

Mia, oggi, è una donna protagonista perché ha scelto di raccontare per essere di aiuto a chi si sente emarginato, escluso e deriso.

Nel diario di Mia le ferite delle ragazze, si raccontano così, con parole che pesano come macigni e si espandono come chiazze infinite di dolore e ricordi:

Ero felice. Non avevo ancora 18 anni.
Ero uscita con il mio fidanzato, che vedevo solo ogni due-tre mesi per via della distanza, con la mia migliore amica e il suo ragazzo.
Era sera, ed era marzo. Mancavano pochi minuti alle 18.00, ma era già buio. Il vento freddo mi dava  fastidio, perché non avevo altro che una t-shirt e una leggerissima felpa viola di marca, che adoravo.
Passeggiavamo insieme a piedi, chiacchierando di cose allegre, senza nessuna pretesa. Non avevo bisogno di niente, tenere per mano il mio ragazzo e ridere con la mia amica mi bastava per renderla una serata ideale. Percorremmo tutto il viale, arrivammo al parchetto, vicino al molo. Si sentiva il rumore del mare agitato. Sembrava quasi che le onde stessero cercando di avvertirmi, di mandarmi via da lì.

le ferite delle ragazze
Da quelle parti, di solito, si ritrovava un gruppo di ragazzi della mia età che avevo smesso di frequentare da qualche tempo perché avevano iniziato a drogarsi e non volevo partecipare. Non c’erano stati litigi o insulti, era stata solo una separazione necessaria. Dolorosa da entrambe le parti, ma necessaria.
Non sapevo che loro fossero lì. Avrei dovuto immaginarlo, certo. Avrei dovuto dare ascolto alle onde e tornare indietro. Una di loro si trovò a passare di lì con la bici, mi vide, scoppiò a ridere… e andò a chiamare gli altri. Come avrebbe fatto un animale, corse a richiamare il branco per aggredire la preda.
La preda ero io!
Iniziarono a girarci intorno con le bici mentre camminavamo, a sghignazzare e a insultarmi. La mia amica e il suo ragazzo, infastiditi dalla scenata, si separarono da noi e se ne andarono indisturbati per la propria strada. Loro, quindi, rincararono la dose.
“Ma perché esci? Non ti vedi allo specchio? Chiuditi in casa, non uscire più, sei orribile! Sei una balena! Oddio, chiamate il WWF, una balena si è persa per strada! Ahahahah, ma che schifo, fai schifo, muori maiale!”
Il mio ragazzo fece uno scatto, forse per rispondergli o difendermi, ma io lo fermai. Piansi. Gli dissi:
“Per favore, non fare niente. Non dire niente”.
A testa bassa, piangendo, inseguita dai loro schiamazzi e dalle bici per un tratto di strada, infine, tornai a casa. Fuori ero tutta intera. Avevo ancora braccia e gambe, occhi e bocca, respiravo, sbattevo le ciglia, ma dentro ero morta!
Cenere.

solitudine
Qualcosa mi convinse a pensare che era colpa mia, che me lo meritavo, che loro avevano tutto il diritto di urlarmi dietro per strada e rincorrermi con le biciclette, era tutto ok. Dovevo sopportarlo, era il mio destino, mi spettava. Avevano ragione loro.
Mi vergognavo. I miei genitori mi chiesero cosa fosse successo e io non dissi niente. Chiesi anche al mio ragazzo di non dire niente, e riuscii ad accennare appena l’accaduto dopo qualche ora.
La loro reazione fu tenera.
“Non ci pensare, sono cretine”.
Purtroppo, però, nella mia testa si era avviato un processo automatico e inarrestabile di isolamento e autodistruzione. Diedi ascolto alle loro voci. Iniziai a passare ore a disprezzarmi davanti allo specchio e smisi di uscire. Totalmente. Non uscii più nemmeno per fare le commissioni e mi rifiutavo di mettere il naso fuori da sola.
Smisi di parlare con le persone. Di sorridere agli estranei. Di sorridermi allo specchio.
Ero in una bolla, e tutto intorno a me era solo nebbia, buio, fumo scuro. Il mondo era un inferno che dovevo attraversare senza voltarmi indietro e casa mia era l’unico luogo dove potevo respirare aria pulita e non intrisa di fuliggine.
È stato così per molto tempo. Mi sono chiusa nel mio castello per anni. Anni. Guardavo il nostro canarino e pensavo che ero proprio come lui: anche se gli aprivamo la gabbia, non ne usciva mai. Si sentiva al sicuro tra le sbarre.
Un poco alla volta, le cose sono cambiate. Molto lentamente, lo shock è passato e io ho ripreso contatto con il mondo esterno, ma mai da sola.
Ancora oggi, preferisco uscire in compagnia. A volte, se sono fuori casa da sola, mi capita di avere crisi di panico e di rientrare immediatamente. Ancora oggi, quando sento qualcuno ridere per strada, sono convinta che stia ridendo di me.
Ogni volta che metto piede fuori è una sfida, ogni volta che parlo con qualcuno è un macigno da sollevare, e, nel weekend, quando mi acconcio alla perfezione per andare a cena fuori, in realtà mi sto costruendo una maschera per nascondere le crepe della mia personalità disfatta.
Alcune sere mi siedo in un angolino e non parlo nemmeno con gli amici. Magari loro pensano che io sia snob e voglia evitarli. Be’, meglio così, meglio che non vedano la cenere che mi porto ancora dentro.
Quando ricordo momenti del mio passato, quando ripenso alle esperienze che mi hanno più segnata, mi faccio due domande: “Perché?” e “Come ho fatto a venirne fuori?”
Quando sento parlare di bullismo, soprattutto se riguarda le ragazzine, mi tremano le ginocchia. Quando sento parlare di quanto sia bella l’adolescenza, mi viene il magone.
La mia è stata un tormento. O forse qualcuno me l’ha rubata e non me ne sono accorta.
Ma quella di chi mi ha fatto del male, quella di chi ha fatto del male agli altri, com’è stata? Ne erano consapevoli? Se lo ricordano? Lo avrebbero fatto, se fossi stata un maschio? Erano felici mentre spegnevano mozziconi di rancore sulla mia pelle?
Non esiste il perdono, per me. Esiste solo il tempo. Il tempo logora i ricordi e li priva di intensità e valore. Quella felpa l’ho buttata via, ma me la ricordo ancora benissimo, perché era l’unica cosa che guardavo, cercando di distrarmi, contando i quadretti viola.
Anche questo è passato. Tutto passa e sono ancora in piedi.

donne protagoniste

Le ferite delle ragazze sono indelebili nell’anima. Mia racconta quanto, ancora oggi, incidano sul suo presente. “Mi capita di ripensare a vari episodi, scaccio via i brutti ricordi ma loro tornano. A volte ho gli incubi, ma soprattutto sono rimasta una persona fragile e in costante ricerca di protezione. Relazionarmi con gli altri è ancora difficile, così come lo è fidarmi delle persone e avere amici”. 

Il racconto di Mia continua e le sue parole possono essere di aiuto non solo a molte ragazze che stanno vivendo le stesse sensazioni, ma anche ai genitori e alla scuola che, spesso, non riconoscono i segni di dolore. Ecco come sono le ferite delle ragazze:

È iniziato subito, già alle elementari. I miei capelli ricci e voluminosi non piacevano agli altri bambini, dicevano che la mia testa assomigliava a quella di un elefante, non riuscivano a vedere la lavagna, mi confinarono all’ultimo banco, dove nessuno voleva stare, e rimasi lì, sconosciuta, esiliata e silenziosa.
Alle medie non andò tanto meglio. Non conoscevo nessuno nella nuova scuola, non avevo amici, non mi vestivo come loro, non potevo, ero intrappolata in quel limbo tra l’infanzia e l’adolescenza, non sapevo chi ero. E quindi ero diversa, grassa, brutta, troppo silenziosa, troppo infantile e troppo adulta, e di nuovo emarginata, ultimo banco. Odiavo l’ultimo banco. Gli altri ragazzini bisbigliavano guardandomi e ridevano, non volevano stare vicino a me, ero strana, portavo già il reggiseno, non gli piacevo. Ogni mattina, un gruppo di compagni aspettava che arrivassi, per braccarmi in semicerchio contro il muro e urlarmi contro tante cose, insulti, parole che non ricordo, e io cercavo di trovarmi una strada verso il mio banco, o speravo che arrivasse presto il professore. Non so perché lo facessero. Non era divertente.
Alle superiori, credetti che andasse meglio. Poi stilarono una lista delle migliori ragazze della classe sulla lavagna, e io ero all’ultimo posto. Perché ero all’ultimo posto? Stava andando così bene, avevo fatto amicizia con tutti, avevo i loro numeri di telefono, li aiutavo con i compiti. Perché?
Perché ero strana. Ero cocca del prof perché volevo stare al primo banco, ero troia perché indossavo scollature e venivo a scuola truccata, ma ero santarella perché non avevo ancora un fidanzato e non limonavo nei corridoi. Ero una satanista perché mi tingevo le unghie di nero e avevo i capelli colorati, ma ero infantile e sfigata perché non ero mai stata a un concerto e riempivo il diario di stickers. Ero ritardata perché non avevo ancora imparato a parlare il loro dialetto e perché mi piaceva leggere libri e scrivere durante le ore buco anziché fare chiasso, ero drogata e mi tagliavo le vene perché ascoltavo musica diversa da quella che ascoltavano loro.

bambine e ragazze
Le cose degenerarono. Arrivarono i biglietti sotto il banco. “Muori, ammazzati, fai cagare, noi non ti vogliamo, vattene dalla nostra classe, impiccati”. Quando parlavo durante le interrogazioni, c’era una ragazza che si copriva le orecchie con le mani e scuoteva energicamente la testa gridando che non sopportava la mia voce e che dovevo stare zitta. E se qualcuno provava a conoscermi, a sedersi vicino a me, a scherzare con me, nonostante io reagissi con disponibilità e gentilezza, veniva subito trascinato via dal resto dei ragazzi. “Ma cosa fai, quella è troia, è drogata, è satanista, si taglia le vene, non ci parlare”.
All’uscita da scuola mi lanciavano addosso le lattine conservate appositamente durante l’intervallo. Chi poteva mi seguiva con il motorino per gridarmi i soliti insulti e farmi spaventare. Io tornavo a casa a piedi, da sola, mi piaceva passeggiare… Una volta mi piaceva.
Credevano di sapere tutto di me. A malapena conoscevano il mio nome.
Non potevano esiliarmi all’ultimo banco, perché avevo chiesto ai professori di poter rimanere al primo, a causa della miopia. E così, mi confinarono, mi misero in quarantena. Tutta la classe si spostò dal lato opposto, vicino a me c’erano solo un paio di ragazze, anche loro esiliate, ma per il colore della pelle e la religione.
Forse avrei dovuto provare ad abbattere quel muro che divideva l’aula da sola. Avrei dovuto, ogni giorno mi dicevo che era la volta buona per farlo, ma alla fine non ci riuscivo, perché quando sei da sola e hai sedici anni, ti sembra impossibile. È una montagna da scalare della quale non vedi la sommità. Loro sono tanti. Tu sei sola. E i professori hanno le proprie vite, se ne fregano, non ti aiutano perché non ti sanno ascoltare. E allora cosa fai?

solitudine donne
A casa, se provavo a raccontarlo, dicevano che era colpa mia. Che ero esagerata, che loro erano normali e io mi dovevo adeguare, tagliarmi i capelli e comprare vestiti nuovi. Studiare di meno per fare più amicizia. Avevano ragione loro, erano solo ragazzi, cosa potevano farmi di male?
Era tutta colpa del mio “carattere particolare”, dovevo essere più malleabile. Malleabile. Ma quando tu sei dentro una bolla, e il mondo fuori è qualcosa che ti spaventa e non capisci, l’unica cosa che ti rimane è difenderti. Iniziai ad allontanarmi, a toglierci le speranze, a pensare solo a me stessa e a non essere più tanto disponibile con loro quando volevano suggerimenti per i compiti in classe o quando non avevano idea di dove fossero finiti i loro appunti. Iniziai a odiarli. Solo dopo tutto quel tempo, la paura e la tristezza divennero rancore e disprezzo, ma mai prima. Mai.
Iniziai a vederli stupidi e tutti uguali. Avevo qualche amico nelle altre classi, notavo le differenze, era dura, ma potevo resistere. Ce l’avrei fatta.
Finché un giorno accadde uno di quegli avvenimenti che innescano una cascata irrecuperabile di eventi spiacevoli: una nostra compagna di classe rimase incinta, e i professori colsero l’occasione per affrontare l’argomento con tutti noi, capire cosa ne pensavamo e fornire inutili consigli e frasi fatte. Chiesero a ciascuno di noi cosa avremmo fatto se ci fosse accaduto e quali sarebbero stati i nostri pensieri.
Il lato destro della classe, come lo definivo io, si espresse a favore dell’argomento per dimostrare il proprio appoggio alla ragazza incinta, dissero che era una cosa bellissima, che era frutto dell’amore, che sarebbero stati felici se gli fosse accaduto, sarebbero stati al colmo della gioia, era tutto fantastico e non c’era niente di male.
Quando toccò a me, dissi ciò che pensavo e ciò che andava realmente detto. Parlai di responsabilità, informazione, metodi contraccettivi e futuro. Dissi che non avrei mai voluto avere un figlio in adolescenza e che c’erano tutti i mezzi per evitare la cosa, ma se mai mi fosse accaduto, sarei stata disperata, non felice. Sorprendentemente, le altre ragazze esiliate nel lato sinistro della classe come me, si aggregarono al mio pensiero. Quella giornata mi fu fatale.
Gli altri presero la cosa sul personale, picchiarono sotto i miei occhi una delle ragazze e mi dissero che era un avvertimento, la prossima sarei stata io, ci avrebbero staccato i capelli dalla testa finché non avremmo smesso di pensare male della nostra compagna gravida, ci avrebbero fatto capire chi comandava. Oppure ci avrebbero cacciate via dalla loro bellissima classe macchiata dalla nostra presenza, prima che lei partorisse. Un regalo per la neomamma.
Le mie assenze si triplicarono. Avevo paura, non volevo più andare a scuola, soffrivo di svenimenti e crisi di panico legate all’ansia. Loro mi raggiunsero anche a casa mandandomi minacce tramite MSN (che era una sorta di WhatsApp dell’epoca, ma meno portatile).
E finalmente, qualcuno mi ascoltò. Mia madre lesse le chat, incredula, e corse a scuola a chiedere spiegazioni a dirigenti e insegnanti, a chiedere perché nessuno facesse nulla per rendere la scuola un posto sicuro anche per me. E per la prima volta, appostandosi dietro la porta della mia aula delle torture, vide come mi trattavano. Le urla, gli insulti, i tentativi di lapidazione con oggetti di cancelleria e l’indifferenza della prof. Mi disse: “Io devo portarti via da qui”.
Accadde tutto velocemente. Mi ritirai da scuola e i professori stessi affermarono che avrei fatto meglio a studiare in privato e presentarmi alla maturità come esterna. Il professore di educazione fisica disse che se preferivo leggere un libro anziché calciare un pallone, probabilmente avevo problemi mentali e dovevo farmi curare. La professoressa di inglese suggerì psicofarmaci miracolosi.

le ferite delle ragazze
Tornammo a casa in frantumi. I giorni successivi, i mesi successivi, mi svegliavo terrorizzata dall’idea di dover andare a scuola, e poi sospiravo consolata rendendomi conto che era tutto finito.
Non li rividi mai più. Ora vivo altrove, lontano, ho trovato un ragazzo che mi ama, ma ogni tanto torno nel paese dove sono cresciuta. E li intravedo per strada, i miei compagni delle superiori, oggi adulti. Quasi tutti sposati, quasi tutti con figli. Non ricordano di essere stati crudeli dieci anni fa, probabilmente il tempo li ha resi persone migliori.
Oggi, mi porto dietro ferite che non sanguinano più ma che non si sono mai rimarginate. Quando sento parlare di cyberbullismo tremo, perché so che mi sono salvata da questo mostro 2.0 solo perché quando ero ragazzina gli smartphone erano rari e non c’era la fissa del condividere.
Non ero libera. Non ero libera di vestirmi come volevo, di preferire i libri ai pettegolezzi, di portare i capelli come mi piacevano, di ascoltare musica meno popolare, di pensare con la mia testa.
I bulli sono bulli. Che siano più piccoli o più grandi, la loro età non li rende del tutto innocenti. 
Ascoltate i vostri figli.

Mia se oggi potessi parlare con chi ti ha fatto così male cosa gli diresti?
“Perché?”. Farei loro questa semplice domanda, per sapere cosa gli passava per la testa. Per capire dove avevo sbagliato. E poi gli chiederei di immaginare al mio posto i loro figli, e cercherei di farli ragionare.

E se potessi curare le ferite delle ragazze, parlare con loro e blandire le loro sofferenze cosa diresti?
Direi “Non è colpa tua. Non hai fatto nulla di male. Quello che ti succede è un fatto grave e, per quanto possa sembrare futile, non lo è. Devi parlare, parlarne, reagire, raccontarlo ai genitori, agli insegnanti, scriverlo sui social, urlare a gran voce ciò che ti sta accadendo prima che diventi un alone buio che ti porterai dentro per sempre. Tu non hai fatto nulla di sbagliato”.

consigli ragazze

Grazie a Mia per aver raccontato le ferite delle ragazze e la sua storia, con coraggio, a Protagonista Donna  

Tutti possiamo insegnare ai nostri figli, fratelli, amici che non si è grandi facendo i forti con i deboli. Le parole, come le azioni, hanno un potere e, una volta lanciate, non tornano indietro. Tutti possiamo curare le ferite delle ragazze.
Facciamolo non solo nella giornata mondiale delle bambine e delle ragazze, ma ogni giorno!

Elisabetta Valeri

©Riproduzione riservata Protagonista Donna

 

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